Piazza Grande

Pubblico con piacere un pensiero rivolto alla piazza del mio paese da parte di un mio caro amico, Salvatore Albanese, trasferitosi a Roma negli anni ’70 per intraprendere gli studi universitari  e dove, una volta laureato, vi  rimase.
Salvatore (lavora come ingegnere a Roma) descrive con nostalgia la piazza di ieri, luogo di incontro e specchio di sentimenti ed emozioni per coloro che l’ hanno abitata e l’abitano, dimostrando grande sensibilità e attaccamento al proprio paese.
 Grazie a te, Salvatore!


                                                           foto dal web

                                                             

  LA PIAZZA

 

Deserta è oggi la piazza grande con la maestosa cattedrale.

Più la guardo e più si rianima di mille voci, di ragazzi chiassosi

che giocano , corrono ,fanno volare gli aquiloni sempre più in alto.

….Si riempie di prodotti e di persone di tutta la piana per la fiera del 25 Marzo.

Passano i muli,  ritornano dalla campagna.

Volano i palloni per la festa di  San Rocco chissà dove andranno a cadere……

Vedo i volti di tanti ragazzi con cui abbiamo passato momenti di spensieratezza e

di felicità,…e gli anziani che ci rimproveravano con un semplice sguardo, per le bravate fatte:

non ci sono più.

 ….E tu piazza ci hai cresciuti, allevati, guidati sempre con uno sguardo benevolo , materno.

Siamo andati in giro per il mondo a vivere la nostra vita ed i tuoi insegnamenti ci sono serviti

 anche nei momenti di difficoltà. Sei sempre lì ad aspettarci d’estate quando ritorniamo a

respirare l’aria fresca che scende dalla montagna ed a riascoltare le mille voci di tante persone

 che si ritrovano e di quelli che ti hanno nei loro pensieri anche se sono molto lontani.


                                                                  GRAZIE PIAZZA !!!

                                                                                                                                                   

  Salvatore Albanese 

                                                               

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A tutti i connazionali e ai miei concittadini sparsi nel mondo che si sentono vicini col cuore alla loro Italia e alle loro città.

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e proprio oggi  come non ringraziare  la figlia della mia  cara amica Connie ( Concettina) Napoli , Daniela Surace:
Daniela, l’ Italia e in particolar modo Oppido Mamertina ti aspettano
. GRAZIE per tutto quello che hai fatto e farai: le mie speranze le ripongo anche  in te! TVB

                           

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Il Significato della vita

Un professore terminò la lezione, poi pronunciò le parole di rito: ‘Ci sono domande?’.
Uno studente gli chiese: ‘Professore, qual è il significato della vita?’. Qualcuno, tra i presenti che si apprestavano ad uscire, si mise a ridere. Il professore guardò a lungo lo studente, chiedendo con lo sguardo se era una domanda seria. Comprese che lo era. ‘Le risponderò’.
Estrasse il portafoglio dalla tasca dei pantaloni, ne tirò fuori uno specchietto rotondo, non più grande di una moneta. Poi disse: ‘Ero bambino durante la guerra. Un giorno, sulla strada, vidi uno specchio andato in frantumi. Ne conservai il frammento più grande. Eccolo. Cominciai a giocarci e mi lasciai incantare dalla possibilità di dirigere la luce riflessa negli angoli bui dove il sole non brillava mai: buche profonde, crepacci, ripostigli. Conservai il piccolo specchio. Diventando uomo finii per capire che non era soltanto il gioco di un bambino, ma la metafora di quello che avrei potuto fare nella vita. Anche io sono il frammento di uno specchio che non conosco nella sua interezza. Con quello che ho, però, posso mandare la luce – la verità, la comprensione, la speranza, la bontà, la tenerezza – negli angoli oscuri del cuore degli uomini e cambiare qualcosa in qualcuno. Forse altre persone vedranno e faranno altrettanto.
In questo per me sta il significato della vita’.


Citata in Missione Giovani, ottobre-novembre 2006, p.19

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Seconda gara di ciclismo provinciale dal balcone di casa mia

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‘ GLI OCCHI DELL’ANIMA ‘

Due uomini, entrambi gravemente ammalati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. Uno dei due doveva sedersi sul letto un’ora al giorno, durante il pomeriggio, per espellere delle secrezioni polmonari e respirare meglio. Il suo letto si trovava di fianco all’unica finestra nella stanza. L’altro uomo era costretto a passare supino le sue giornate.

I due compagni di sventura si parlavano per ore. Parlavano delle loro mogli e delle loro famiglie, descrivendo le loro case, il loro lavoro, la loro esperienza al servizio militare ed i luoghi dov’erano stati in vacanza. Ed ogni pomeriggio, allorché l’uomo nel letto vicino alla finestra si poteva sedere, questi passava il  tempo a descrivere al suo compagno di stanza tutto quello che vedeva fuori.

L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere nient’altro che per questi periodi di un’ora, durante i quali il suo mondo si apriva e si arricchiva di tutte le attività ed i colori del  mondo esterno.

Dalla camera, la vista dava su di un parco con un bel lago. Le anatre ed i cigni giocavano nell’acqua, mentre i bambini facevano navigare i loro modelli di battelli in scala. Gli innamorati camminavano a braccetto in mezzo a fiori dai colori dell’arcobaleno. Degli alberi secolari decoravano il paesaggio e si poteva intravedere in lontananza profilarsi la città.

Mentre l’uomo alla finestra descriveva tutti questi dettagli, l’altro chiudeva gli occhi e si immaginava le scene pittoresche.

Durante un bel pomeriggio, l’uomo alla finestra descrisse una parata che passava lì davanti.

Sebbene l’altro uomo non avesse potuto udire l’orchestra, riuscì a vederla con gli occhi della propria immaginazione, talmente il suo compagno la descrisse nei minimi dettagli.

I giorni e le settimane passarono. Una mattina, all’ora del bagno, l’infermiera trovò il corpo esanime dell’uomo vicino alla finestra, palesemente morto nel sonno. Rattristata, essa chiamò gli addetti della camera mortuaria perché venissero a ritirare il corpo.

Non appena sentì che il momento fosse appropriato, l’altro uomo chiese se poteva essere spostato in prossimità della finestra.

L’infermiera, felice di potergli accordare questo piccolo favore, si assicurò del suo confort e lo lasciò solo. Lentamente, sofferente, l’uomo si sollevò un poco, appoggiandosi su di un sostegno, per gettare un primo colpo d’occhio all’esterno.

Finalmente, avrebbe avuto la gioia di vedere lui stesso quanto il suo amico gli aveva descritto. Si allungò per girarsi lentamente verso la finestra vicina al letto, e tutto ciò che vide fu un muro!

L’uomo domandò all’infermiera perché il suo compagno di stanza deceduto gli avesse dipinto tutta un’altra realtà. L’infermiera rispose che quell’uomo era cieco, e che non poteva nemmeno vedere il muro.

‘Forse ha solamente voluto incoraggiarvi ‘, commentò.


EPILOGO

 

Vi è una felicità straordinaria nel rendere felici gli altri, a discapito delle nostre proprie sofferenze. La pena condivisa riduce a metà il dolore, ma la felicità, una volta condivisa, si ritrova raddoppiata. Se volete sentirvi ricchi, non avete che da contare, tra tutta le cose che possedete, quelle che il denaro non può comperare.

L’oggi è un regalo, ed è per questo che in molte lingue lo si chiama ‘presente’.

dal web

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La mia amica Caterina Megaro vivrà per sempre attraverso il ricordo di tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerla.


                                

Un’altra mia compagna di viaggio, conosciuta al Policlinico Gemelli,  mi ha preceduta nella casa del Padre. Ha vissuto a Battipaglia con l’anziana madre e con  la presenza costante del fratello, della cognata  e dei due nipoti che non l’hanno lasciata un attimo da sola: persone, a dir poco, eccezionali!!! Una donna la cui vita, sia nei momenti di sofferenza estrema che in quelli di minor dolore, è stata un continuo inno alla bontà, alla pace, alla carità, all’accettazione delle sconfitte senza mai lamentarsi. La ricorderò sempre con immenso amore e come modello di vita da imitare.

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Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones

I fatti.

La scrittrice albanese Elvira Dones ha scritto questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla sua battuta sulle ‘belle ragazze albanesi’.

Venerdì 12 febbraio 2010, in visita a Tirana, durante l’incontro con Berisha il premier italiano ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all’Albania. Poi ha aggiunto: ‘Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze’.

Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones

Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: ‘le belle ragazze albanesi’. Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha, confermava l’impegno del suo esecutivo nellalotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che «per chi porta belle ragazze possiamo fare un’eccezione». Io quelle ‘belle ragazze’ le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A Stella i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo unmese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E’ solo allora – tre anni più tardi – che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio. Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.
Sulle ‘belle ragazze’ scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda; suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E’ una storia lunga, Presidente…
Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei ildocumentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l’avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio. In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. Inquesti vent’anni di difficile transizione l’Albania s’è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L’Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.Questa ‘battuta’ mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso, ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi. Mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch’io a tutte le donne albanesi.

Merid
Elvira Dones

P.S.
Tutte le persone che ricevono la presente comunicazione spero sentano l’obbligo civile e morale di trasmetterla ad altre persone. Grazie
Elvira

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Questa è la mia vita….

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Come affrontare l’umiliazione

L’umiliazione è un sasso pesante che porti nel cuore, ma che non rallenterà la tua crescita, essa è piuttosto un pungolo  avvelenato che ti sprona alla vita. L’umiliazione è una voce dall’alto che grida ‘svegliati’. L’umiliazione è una  medicina amara, che guarisce la tua cecità. Lasciati avvelenare dall’umiliazione, risorgerai forte e motivato, e riprenderai a camminare.

 (Cleonice Parisi)

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Nuovo tipo di tumore al seno

Con la preghiera di trasmettere questo messaggio a tutte le donne che conoscete…

A vostra madre, alle vostre figlie, alle sorelle, alle zie, alle amiche, ecc.

A novembre dell’anno scorso è stato scoperto un nuovo tipo di tumore al seno. Una donna ha visto apparire su uno dei suoi seni un’eruzione cutanea che assomigliava a quelle che appaiono talvolta sui seni delle neo-mamme che allattano.
Poiché la sua mammografia non aveva riscontrato alcun problema, il medico le ha prescritto degli antibiotici per trattare la presunta infezione. Dopo avere terminato la cura prescritta per due volte, l’eruzione ha continuato ad aggravarsi ed il medico le ha prescritto una nuova mammografia, che ha rilevato la presenza di una massa.

Una biopsia ha permesso di scoprire l’esistenza di un tumore molto maligno. La donna ha intrapreso un ciclo di chemioterapia per ridurre la grandezza del tumore. Ha successivamente subito una mastectomia, seguita da un’altra chemioterapia completa seguita da una radioterapia. Nel giro di 9 mesi di trattamento, il tumore era sparito.

Durante l’anno successivo, essa ha vissuto ogni suo giorno al massimo. Il tumore è riapparso nella regione del fegato. La signora ha subito 4 trattamenti e successivamente ha deciso di non sottoporsi più alla chemioterapia, poiché sminuiva la qualità della sua vita. Ha goduto pienamente dei 5 mesi che le restavano da vivere ed ha pianificato ogni dettaglio dei suoi ultimi giorni. Ha avuto bisogno di morfina per qualche tempo, per sopportare il dolore e, in seguito, è deceduta. Ha lasciato il seguente messaggio ed ha chiesto che venga trasmesso a tutte le donne del mondo:

Donne, FATE MOLTA ATTENZIONE se notate che ci sia qualcosa di anormale in relazione ai vostri seni ed insistete per ottenere un trattamento che sia più rapido possibile.

La malattia di Paget della  mammella colpisce il capezzolo: si tratta di una forma rara di tumore del seno che appare all’esterno della mammella, fra il capezzolo e l’areola. Ciò che in un primo momento può sembrare un’eruzione cutanea, si trasforma in seguito in una lesione, intorno alla quale si forma una crosta. Non avrei mai pensato che potesse trattarsi di un tumore al seno, ma, di fatto, era proprio così. Non ho constatato niente di anormale sul capezzolo, ma l’eruzione mi disturbava e quindi ho deciso di consultare il medico.

A volte sentivo un prurito e del dolore, ma niente più di questo. Era brutto e seccante e non riuscivo a sbarazzarmi di questa ferita con le creme prescritte dal medico, e neanche con le creme che mi aveva prescritto il dermatologo per trattare la dermatite che avevo avuto agli occhi poco prima dell’apparizione del tumore. I medici si sono mostrati un po’ inquieti, ma non mi hanno mai avvertito che potesse trattarsi di tumore.

Credo che poche donne sappiano che una lesione o una eruzione cutanea sul capezzolo o l’areola possano voler dire CANCRO AL SENO. Il mio è cominciato con un semplice punto rosso sull’areola. Uno dei danni più grandi con la malattia di Paget è che i sintomi sembrano insignificanti. Le donne pensano troppo spesso che si tratti solamente di un’eruzione o di un’infezione cutanea, con il risultato che tardano a consultare un medico e a intraprendere un trattamento.

Quali sono i sintomi?

1. Un rossore persistente, una trasudazione o la formazione di una crosta sul capezzolo che provoca un prurito o una sensazione di forte calore. Come ho già detto, io non ho sentito molto prurito o forte calore, non ho avuto trasudazione, per quanto io sappia, ma in effetti si è formata una crosta intorno al bordo del capezzolo, da una parte.

2. Un puntino sul capezzolo che non guarisce. Io avevo un puntino sull’areola e un gonfiore biancastro al centro del capezzolo.

3. In generale, viene colpito solo un capezzolo. Come viene diagnosticato il tumore? Se il medico che vi visita constata un’anomalia, dovrebbe proporvi di fare immediatamente una mammografia di entrambi i seni. Anche se un rossore, un prurito o la formazione di una crosta possono somigliare ad una dermatite, il medico dovrebbe sospettare la presenza di un tumore se il problema tocca solo uno dei due seni. Dovrebbe chiedere una biopsia del tessuto infettato per stabilire con certezza la diagnosi.

Il mio tumore al seno si è propagato e delle metastasi si sono presentate nelle ossa, anche se ho ricevuto delle mega dosi di trattamenti chemioterapici, 28 trattamenti di radioterapia e del tamoxifene. Se il mio tumore al seno fosse stato diagnosticato più velocemente, forse non si sarebbe propagato…

Rodica Guerrieri

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